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Paese

Dati Generali
Il paese di Arzana
È un paese della nuova provincia dell'Ogliastra e vive principalmente di pastorizia, agricoltura, edilizia e terziario. Il nome Arzana, ovvero,dal latino "aer sana" (aria sana) la dice lunga sulla salubrità del luogo, ed è confermata dal record di longevità dei suoi abitanti. Il suo territorio è molto esteso: da Punta La Marmora (1834 m) fino a Quirra che confina con la provincia di Cagliari e conserva un patrimonio naturalistico di grande importanza: i Tassi e i Lecci più vecchi d'Europa, piante officinali, cinghiali, mufloni e l'imponente Aquila Reale.
Il territorio di Arzana
Altitudine: 0/1833 m
Superficie: 162,6 Kmq
Popolazione: 2730
Maschi: 1341 - Femmine: 1389
Numero di famiglie: 957
Densità di abitanti: 16,79 per Kmq
Farmacia: via Garibaldi, 3 - tel. 0782 37464
Guardia medica: (Bari Sardo) - tel. 0782 29478
Carabinieri: via Don Bosco, 4 - tel. 0782 37322

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Storia

ARZANA, borgata della Sardegna nella provincia e distretto di Lanusèi, appartenente all’antico dipartimento dell’Ogliastra del giudicato cagliaritano, capoluogo di mandamento, che comprende Lanusèi, Ilbono, Elini, e Villagrande.

È distante dal capo-luogo di provincia un’ora a cavallo, ed ore 3 da Tortoli, nella medesima latitudine, e nella longitudine orientale da Cagliari di 0°, 23'.

Esso è situato sulla pendice orientale della gran catena centrale dell’isola, che sorge dalla parte boreale, e sprofondasi in mare in Carbonara. Giace alla falda del monte Idolo, guardando la tramontana, il ponente, e mezzogiorno: il suo circostante è assai ameno; le case sono circa 150, divise in due borghi, uno detto Budàci, l’altro Barigàu.

Le arti meccaniche di prima necessità per gli usi della vita, e pei bisogni dell’agricoltura, sono trattate da pochi. Le donne sono molto laboriose, ed i loro telai, che non sono meno del numero delle famiglie, provvedono di tele di diversa qualità e di panno forese non solo gran parte dell’Ogliastra, ma molti paesi ancora del campidano di Cagliari. Il forese tingesi variamente con le erbe e radici che trovansi nel territorio.

Havvi un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed una scuola normale frequentata da 20 fanciulli.

Nell’estremità dell’abitato, presso una chiesa distrutta, veggonsi certe rovine, che credonsi di antichi bagni, ed il sito pare il persuada col nome che ritiene di Bàngiu. Si vuole siano stati abbandonati da 200 anni addietro.

La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Giambattista. Governasi da un vicario con l’assistenza di altri due sacerdoti sotto la giurisdizione del vescovo d’Ogliastra, come dopo il ripristinamento dicesi quella che nel medio evo chiamavasi diocesi Suellense.

Quattro sono le chiese figliali: due nel paese, delle quali una sotto l’invocazione di s. Rocco, l’altra della Vergine del Rosario; due nella campagna, una dedicata a s. Vincenzo, distante 15 minuti verso ponente; l’altra a s. Giovanni, denominato Veli dal nome della regione, posta a levante a 3/4 d’ora, la quale sarebbe capace di 900 persone, e forse sarebbe stata parrocchiale d’un’antica popolazione.

La principale delle feste popolari si celebra nell’ultima domenica di agosto in onore di s. Vincenzo, alla quale si concorre da tutti i paesi dell’Ogliastra, e da più remoti ancora.

Vi si tiene una fiera frequentata da gran numero di mercanti, di artefici, e di pizzicagnoli.

Le altre solennità assai celebrate sono di san Giambattista, titolare della parrocchiale, di san Sebastiano, della Madonna della Neve, di s. Rocco, della Vergine del Rosario, di s. Giovanni da Veli, e di s. Maria nella commemorazione della natività, in occasione delle quali costumano i ricchi del paese fare ai poveri una cospicua elemosina; però che ciascuno dei devoti, come chiamansi coloro che contribuiscono alle spese delle festività, presenta un capo, sia capra, montone, o caprone, tre pani di sapa fatti di ottima farina impastata con sapa, e mescolata di uva passa, mandorle, e noci, o pure tre pani di fior di farina (pani de sìmula), cadauno del peso di tre libbre (chil. 1.20). Queste contribuzioni di consuetudine, ed altre non piccole straordinarie oblazioni portansi di buon mattino all’oratorio, suonando le campane a festa. Allora in presenza del popolo i principali si dividono quei capi, e se li portano alle loro case per prepararli: alle tre ore pomeridiane riportasi con molta pompa il tutto nell’oratorio. Intanto i poveri ed altre persone che vogliono porzione si ordinano nel piazzale della chiesa in molte linee, gli uomini ad una, le donne ad altra parte, disposte le persone secondo l’ordine dell’età. Segue subito la distribuzione, e questa si fa sempre nella proporzione degli anni. Tolto che abbia ciascuno il suo brano ed il pane, ritirasi; del residuo si fa divisione tra i devoti, come d’un mangiare benedetto. Alli signori e sacerdoti, tanto del paese, che esteri, si dà sempre in porzione un piede, o uno dei quarti di retro con la coda annessa. Tutto ciò fatto, i principali festeggianti vanno ad un semplice banchetto preparato nelle stanze dell’oratorio, e vi sono ammessi i sacerdoti ed i signori.

L’ordinario numero dei matrimoni è all’anno di circa 14, nascono 50, muojono 20, e si dà sepoltura nel cimitero che è contiguo alla parrocchiale, non essendosi ancora formato un campo-santo.

Vivesi ordinariamente sino al settantesimo, ma non pochi sono che vanno oltre il secolo, ed esiste presentemente una donna (Domenica Contu), la quale già da tre anni ha chiuso il secolo, e, non ostante vegeta, ancora conserva qualche cosa dell’antica bellezza, con una sanità robusta, e con molto vigor di sensi, se non che comincia alquanto a sentire difetto di vista. Quindi attende alle faccende domestiche, e fila assai bene ogni sorta di lana e lino, dopo aver impiegato buona parte del mattino negli atti di religione. Conosce la quarta generazione, ed i suoi discendenti sono 83.

La più frequente malattia è la pleurisia, che divenne frequente come qui, così altrove, da che i contadini sardi, vergognandosi delle antiche vestimenta del colletto e della vesta di pelle, per cui i loro maggiori vivevano sani e lungamente ad onta delle rapide frequenti vicende atmosferiche e dell’aria insalubre, curano meno di tenere ben coperta e difesa la vita e il capo.

Le famiglie sono presentemente in numero di 352, le anime 1497.

Il clima è piuttosto freddo; pioverà all’anno da 40 volte, e vi è pure frequente la neve. Rare sono le tempeste di grandine e fulmini, rarissima la nebbia, e subito diradasi. Dominano i venti ponente e mezzogiorno, e nuocono non poco.

L’estensione territoriale, che possiede questo comune, si può valutare a 40 miglia qu. al ponente dell’abitato. La terra, mentre principalmente è adatta alla pastura, prestasi ancora a qualunque coltura.

In cinque regioni è diviso questo territorio, che si denominano Coxìna, Orzìle, Orgiòla-Onniga, Siccaderba, e Silisè.

Il monte di soccorso per utile dei poveri agricoltori era dotato di star. cagl. 210 (litr. 10,332), di lire sarde 110 (lire nuove 211.20): crebbe l’uno e l’altro fondo a 250 starelli e lire. Ordinariamente è poco più di questo numero il seminario del grano, ed altrettanto si gitta d’orzo: di granone se ne può seminare star. 25, di fave 20, di ceci 10, di piselli 15, di lenticchie 5, di fagiuoli 30, e ottienesi il 15 o 10 per uno. Vengono pure coltivate le cipolle, i cavoli di varia specie, i pomi d’oro, ed altri generi ortensi. È già introdotta la coltivazione delle patate, e se ne conosce l’utile immenso. Di linseme se ne gitta da 12 starelli, e ogni starello suol produrre più di libbre 120.

La vigna vi prospera maravigliosamente: varie sono le qualità delle uve, però è dal cannonàu e dal nuràgus che si fanno i vini. La qualità lo fa assai pregiare, e, se la vendemmia fosse più abbondante, il contadino avrebbe maggior lucro. Sebbene di poco si oltrepassi il numero di 100 carrattelli (contiene ciascuno litr. 500), se ne può vendere una buona porzione ai genovesi, agli isolani della Maddalena e dell’Elba; oltre che se ne bruciano 4 o 5 carrattelli per acquavite, e 8 o 10 si cuociono a sapa.

Le piante fruttifere sono: i castagni n.° 1800, i noci 1500, i ciriegi 2000, i mandorli 2800, i fichi di molte varietà 5000, i prugni 1000, i peschi 2000, gli olivi 1000, i meli 3000, ed altro migliajo di altre specie.

Una piccola porzione del territorio è chiusa a tanche (grandi chiudende per seminario e pascolo in alternativa). Nelle medesime vegetano alcuni alberi ghiandiferi di molta età.

Al ponente di queste campagne piegandosi verso greco sorge il Monte-Argentu, uno dei più elevati nel gran nodo della catena centrale (Vedi articolo Barbagia). Dopo questo devono considerarsi i monti Idolo, Armidda, e Cùcuru-majore. Questa regione è metallifera. Vi è uno scavamento di minerale di ferro ossidulato magnetico, con piriti fra roccie granitiche: nel sito detto sa ferrera trovasi pure del ferro nel luogo detto sos fraìles, con granati di un giallo verdastro, e si dà per certo che esista qualche altro minerale in Monte d’oro.

Nutresi gran quantità di bestiame; quello che serve d’ajuto all’uomo nelle sue fatiche è delle seguenti specie e numero: buoi 235, cavalli 300, asini 150, i quali pascolano nel prato comunale. Grande è poi il numero degli armenti e delle greggie, che pascola nei salti del paese nella primavera, estate, ed autunno, donde nell’inverno passa alle marine nei territorii di Tortoli, Bari, Locèri, e altrove. Le pecore saranno poco più di 30,000, le capre 20,000, i porci 556, le vacche 638. Coltivansi pure gli alveari, ma il numero non eccede il migliajo. I prodotti delle greggie sono di ottima qualità; e d’egual bontà, sebbene scarsi, sono quei degli armenti. Si commercia direttamente coi genovesi, ma più spesso coi sensali ogliastrini e sarrabesi.

I formaggi hanno riputazione sopra tutti gli altri dell’isola per gusto e durata; il che, come dai pascoli, così dipende pure dalla manifattura.

Il selvaggiume è assai copioso in questi monti e valli, e tra i cinghiali e daini è dato spesso di trovare torme di mufloni. Le specie più numerose dei volatili sono i merli, le pernici, i tordi, i passeri, le beccaccie, le allodole, gli usignoli, le tortore, oltre i cuculi, le piche, le calandre, gli allocchi, le civette, i colombi, le anitre, gli smerghi, i beccafichi, le quaglie, e tante altre specie, alle quali bisogna aggiugnere i corvi, gli sparvieri, gli avoltoi, e l’aquile che più di tutti danneggiano.

È questo territorio abbondantissimo di acque. Dentro il paese sgorgano da varie parti, principalmente però nel centro, dove trovasi la fontana Suja molto abbondante, e nell’orlo dell’abitato altre due, la detta Macinisè, e quella del Bagno minor delle altre Funtana de Serra è un po’ lontana, e pochi se ne servono. La prima e la seconda hanno fama di essere diuretiche. Funtana-Onniga nel prato, in distanza di 3/4, è celebrata per la sua leggerezza e freschezza, e per una virtù che si sperimenta da chi bevela, mentre promove, come se si avesse preso la miglior manna, le evacuazioni. Dalle prime quattro sorgenti cominciano quattro ruscelli.

Vari fiumi scorrono per questo territorio, li quali tutti poi confluiscono col Buzzòne, ricco sempre d’acque, e insieme pericoloso. Nasce esso fuor del territorio d’Arzana, dove arriva dopo sei ore di corso dalla prima sorgente. Entrano nel suo canale il Siccaderba, che, quando gonfiasi, non è possibile di trapassare; il fiume di Genna-e-Luca, così detto dal nome della regione alle falde del Monte-argentu; ed un terzo denominato di Tedderi-mannu dal luogo, onde prende origine. Il primo arriva al Buzzòne, dopo un corso di ore tre e mezzo; il secondo dopo 4; il terzo dopo due e mezzo. Questo fiume così ingrossato, e facendosi sempre maggiore per nuovi aumenti corre verso levante, passa a mezzogiorno, e in poca distanza di Tortoli, versandosi nel Tirreno dalla foce di Zacurru a piè della torre di s. Gemiliano. Ciò però è solamente vero, quando esso è assai pieno per le acque invernali, o per lo scioglimento delle nevi, e quindi violento nella sua corsia, per cui rompe il banco di sabbia del lido, e rispinge le acque marine. In altri tempi non ha comunicazione col mare, e forma un lago. Frequentemente ridonda anche in queste regioni superiori, e cagiona danni gravissimi. Prendonsi in esso e nei suoi confluenti trote ed anguille, di cui non si può fare spaccio nè anche a buon patto.

Veggonsi in questo territorio alcune rovine di antiche popolazioni, principalmente in Ruinas, a distanza di 4 ore dal paese, sulla cima del monte, con un gran norache vicino, che è ancora in buono stato, ed in Silisè in eminenza pure ad ore 3 di distanza. Credesi sieno state abbandonate pel troppo freddo, mentre in esse regioni durano le nevi sino al giugno, e qualche anno sino a luglio.

Di quelle antiche costruzioni ad artifizio ciclopico, denominate norachi, trovasene in questo di Arzana non meno di 12, con l’ingresso all’oriente in forma triangolare, quasi tutti di grandi dimensioni, con intorno molti ammassi di pietre, distruzione forse delle cinte che avevano. Ravvisansi pure in vari siti delle caverne artificiali, che pajono antiche sepolture.

Questo comune è baronale, e soggiace alla giurisdizione del marchese di Quirra. Per li dritti feudali vedi Ogliastra dipartimento.

In questo paese, come capo-luogo di mandamento, risiede la curia, cui ricorresi dai già menzionati paesi di sua giurisdizione per aver ragione.

Non vi ha alcuna forza militare di ordinanza; ed il contingente pel battaglione di Ogliastra dei corpi miliziani barracellari consiste in cavalli 11, e fanti 36.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Arzana
Maggio: Sagra delle erbe medicinali del Gennargentu
Luglio: Sagra del formaggio e della "tundimenta" (tosatura delle pecore)
Agosto: si festeggia San Vincenzo. Durante la festa si svolge la processione religiosa, con la partecipazione dei fedeli in costume tradizionale sia a piedi che a cavallo. Dopo la celebrazione religiosa si svolge uno spettacolo folk con musica e balli tradizionali.
Novembre: Sagra del porcino d'oro e del novello d'oro. Concorso gastronomico seguito da convegni e degustazioni.